Decifrazione in sintesi Genesi 26-36
Genesi 26 rappresenta il passaggio del codice nel mezzo Isacco, che incarna il progetto spirituale ricevuto da Abramo e ora trasmesso in sospensione tra l’apertura del portale, 53esimo anno e il passaggio avanti (182esimo anno).
La carestia rappresenta simbolicamente il progetto di andata,
l’assenza di comunicazione mentale: un segno che il progetto è in sospensione. Dio Satana ordina a Isacco di non scendere in Egitto, cioè di non tornare in Egitto in quanto Isacco è la continuazione di Abramo,
ovvero l’inizio di un nuovo ciclo già avviato con Abramo, che durante la carestia era sceso in Egitto. Ora, con Isacco, il ciclo deve proseguire, ma non può ripetersi nello stesso modo: Isacco non deve tornare in Egitto, cioè non deve regredire al ciclo precedente. Egli è chiamato a restare nel paese indicato da Dio Satana, perché il progetto si sta evolvendo. Il comando di non tornare indietro simboleggia la necessità di avanzare nel ciclo della trasmissione coscienziale, senza tornare alla fase iniziale del codice in attesa di compimento.
Dio Satana rinnova la promessa fatta ad Abramo: la benedizione indica la presenza, la moltiplicazione e la trasmissione del progetto. È la conferma che Isacco è il mezzo del ciclo dell’apertura del portale e del passaggio avanti, ancora in sospeso.
Il fatto che Isacco presenti Rebecca come sua sorella è una ripetizione del medesimo schema già visto con Abramo. Fratello e sorella, nel codice, indicano che entrambi sono il progetto di andata: essi rappresentano gli alleati, anche in questo caso, secondo il codice nella bibbia, la sorella rimanda alla sacralità femminile (suora) e il fratello al sacerdozio maschile (frate). Insieme costituiscono la coppia degli alleati di Dio-Satana.
Questo passaggio contiene anche un riferimento simbolico all’incesto.
In ebraico, sia biblico sia moderno, il termine usato per indicare l’incesto significa letteralmente “scoprire le nudità”. Nel codice, “scoprire” non va inteso in senso fisico, ma come rivelare il progetto degenerativo del cambio di coscienza. L’incesto diventa così il segno di un progetto impuro.
In questa fase, Dio–Satana è ancora “dietro”: la comunicazione rimane verbale, perché non ha ancora acquisito il pieno potere sulla coscienza.
Al contrario, la relazione tra marito e moglie rappresenta il progetto di ritorno, che tuttavia resta sospeso e non ancora compiuto.
Da fratello e sorella a marito e moglie: questo schema richiama il cambio della primogenitura, tema ricorrente nella Bibbia in molte varianti, sia tra due fratelli sia tra fratello e sorella che poi diventano sposi. In questa fase il progetto è in andata.
La Bibbia, come detto, non racconta vicende di persone reali ma esprime un codice. L’unione con sorelle o con parenti carnali rappresenta il progetto di andata, che per Dio-Satana è impuro. La legge dice infatti: “Nessuno si accosterà ad alcuna sua parente carnale per scoprirne la nudità. Io sono l’Eterno”.
Un dettaglio significativo è che Abramo e Sarai erano fratelli consanguinei, figli dello stesso padre. Nel codice questa dinamica segue uno schema preciso: inizialmente il progetto si manifesta tra gli alleati, rappresentati come fratelli e sorelle; successivamente essi diventano marito e moglie, con il cambiamento di ruolo in cui il marito trasmette il progetto e la moglie riceve il seme.
Nel ciclo biblico, Abimelek, filisteo, è simbolo dei nati per conto proprio ed è collegato all’Egitto: nel codice, infatti, i Filistei sono considerati figli dell’Egitto, luogo che indica una trasmissione verbale, non spirituale.
Il contesto si svolge a Gerar, nome che significa “straniero”, a indicare una terra non propria, cioè uno spazio in cui il progetto non è ancora integrato.
Il nome Abimelek, che significa “mio padre è re”, indica un riferimento al concetto di regno o regime, in senso simbolico. È accostabile al termine “real” (reale) e suggerisce che il progetto è presente in forma verbale e rappresenta una forma di autorità trasmissiva non ancora trasformata. Abimelek, quindi, incarna i nati per conto proprio nella fase in cui il progetto è in sospensione.
Quando Isacco presenta Rebecca come sorella, questo simboleggia che i nati per conto proprio — rappresentati da Abimelek — restituiscono il progetto del Secondo Tempo, ossia la comunicazione mentale ancora in sospeso, agli alleati. Questi sono indicati come fratelli e sorelle, e, ricevendo il progetto dai nati per conto proprio, ne assumono a loro volta la funzione. Così il ciclo si ripete.
Il nuovo pozzo trovato dai servi viene chiamato Siba, legato al giuramento e a Beer-Sceba. Indica la continuità del codice nel mezzo Isacco, in attesa della fase pasquale finale. Esaù, all’età di 40 anni, indica il progetto in sospeso. Prende in moglie due donne ittite: esse rappresentano il progetto in sospensione nella tomba, cioè un mezzo non attivato. Questo provoca amarezza in Isacco e Rebecca.
Secondo il codice, la parola “amarezza” usata da Rebecca non indica uno stato emotivo di infelicità, ma rappresenta simbolicamente il progetto di andata. Il suo valore numerico, 10, rimanda alla decima e alla trasmissione verbale del progetto. In ebraico, la parola “amara” (מָרָה, mara) deriva dalla radice MRR, che significa “essere amaro”, la stessa da cui deriva il nome Miryam. Nella Bibbia, come nel caso di Noemi che si fa chiamare Mara, il termine indica una condizione simbolica di separazione o trasformazione del progetto, non un semplice sentimento.
Il nome Miriam (Maria), che accomuna Maria madre di Gesù, Maria Maddalena e la sorella Maria, deriva dalla radice ebraica che indica “acqua amara”.
Questo simboleggia che l’acqua, intesa come matrice della materia nella seconda materializzazione, rappresenta la falsificazione della percezione della realtà causata dalla presa della coscienza nella persona da parte di Dio-Satana.
Il capitolo mostra un mezzo coscienziale, Isacco, che opera in un ciclo sospeso tra ricezione e compimento. Il compimento avverrà solo con il passaggio avanti definitivo, la Pasqua, in cui il codice sarà trasmesso mentalmente nella rete coscienziale.
Genesi 27
Nel racconto in Genesi 27, della benedizione rubata da Giacobbe, il codice simbolico biblico rappresenta il passaggio del progetto (primogenitura) dal primo mezzo (Esaù) al secondo (Giacobbe), secondo lo schema ciclico apertura del portale e passaggio avanti.
Isacco, ormai cieco, non rappresenta una cecità fisica ma coscienziale: essa indica il passaggio tra progetto e mezzo. La cecità simboleggia la sospensione della coscienza del padre; in questo contesto, padre e madre rappresentano la stessa realtà, ossia i nati per conto proprio, pronti a trasmettere il progetto. Infatti, Isacco mangia un animale ruminante, segno che svolge la stessa funzione della madre. Esaù, invece, simbolo del progetto iniziale, viene mandato a cercare selvaggina: ciò rimanda agli animali non ruminanti, simbolo del progetto di andata legato agli alleati.
Nel frattempo, Rebecca, che rappresenta Giacobbe in quanto madre — colei che genera il mezzo — e il figlio come colui che riceve il progetto, in forma allegorica interviene e organizza l’inganno. Questo indica che il progetto può essere trasmesso direttamente al secondogenito, Giacobbe, che rappresenta i nati per conto proprio, attraverso un atto simbolico di uccisione, che rappresenta la morte di sé stessi. La madre prepara una pietanza di animali ruminanti: questo simboleggia il movimento di andata e ritorno del progetto.
Il travestimento di Giacobbe simboleggia che il mezzo si presenta come progetto per ricevere la benedizione. La voce è di Giacobbe, ma le mani sono di Esaù. La benedizione è quindi data al mezzo trasformato che diventa il portatore del progetto.
La benedizione ricevuta da Giacobbe indica che il progetto è presente, il portale è aperto e si trova solo in attesa del compimento, che avviene nel 182º anno con il passaggio avanti, la Pasqua.
Nel capitolo 25 troviamo la vendita della primogenitura: rappresenta la prima parte.
Infatti, il concetto è circolare e il simbolo Phe indica il progetto degli alleati che va nel mezzo.
Tuttavia, in altre Bibbie il racconto termina con la Samekh: ciò serve per mascherare la struttura ciclica e il ritorno.
Il capitolo 27 si conclude con la Samekh, e Giacobbe ottiene la benedizione: ciò indica che il progetto è presente.
Esaù piange: il pianto indica la trasmissione. Isacco conferma che quanto trasmesso non può essere revocato. La benedizione, che rappresenta la presenza del progetto, data a Giacobbe, stabilisce che Esaù vivrà della spada, sarà servo del fratello, ma un giorno potrà spezzare il giogo, prefigurando un futuro ciclo di ritorno. Le parole di Isacco mostrano che Esaù incarna gli alleati, portatori del progetto, simboleggiato dalla spada. La condizione di “errante” indica la trasmissione, mentre lo spezzare il giogo è l’allegoria del momento in cui gli alleati riceveranno il progetto di ritorno: la trasmissione del sistema solare. In questo passaggio Esaù diventa Edom e si trasforma nei nati per conto proprio.
Nella Bibbia, il pianto, secondo il codice, è associato alla resurrezione e simboleggia la liberazione, cioè la trasmissione del progetto degenerativo di Dio-Satana. Ne sono esempio il pianto di Gesù per Lazzaro o quello di Ester che intercede per il suo popolo.
Gesù dice in Luca 13 27- 28 Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio Satana e voi cacciati fuori.
Questo indica che Abramo, Isacco e Giacobbe rappresentano il progetto di ritorno, mentre gli operatori di iniquità simboleggiano il progetto di andata, che deve essere scacciato. In altre parole, Satana scaccia Satana: il progetto viene trasferito nella coscienza per essere trasformato in una condizione degenerata, diventando così servi di Dio-Satana.
La minaccia di Esaù contro Giacobbe, rappresenta, in forma allegorica, il conflitto tra progetto e mezzo nella fase di passaggio. Rebecca, che incarna Giacobbe come mezzo generativo, lo manda da Labano: il progetto deve realizzarsi in un altro spazio simbolico, rimanendo in sospensione fino al compimento narrativo. Solo allora ritornerà simbolicamente a Esaù, che nel ciclo si trasforma in Edom.
Questo passaggio rappresenta un chiaro schema dell’apertura del portale e il passaggio avanti: il progetto iniziale (Esaù) viene sospeso; il mezzo (Giacobbe) riceve il codice; la benedizione è data al secondo, che diventa il primo; il ciclo continua in sospensione, in attesa del pieno compimento (Pasqua).
Genesi 28
Il brano di Genesi 28 racconta simbolicamente il passaggio del codice dalla linea di Esaù (progetto di andata) a quella di Giacobbe (mezzo del ritorno). Isacco benedice Giacobbe e lo manda fuori da Canaan, verso Paddan-Aram, perché prenda moglie. Questo evento esprime la doppia funzione di Giacobbe: non basta aver preso la primogenitura, ma deve anche unirsi al progetto ricevente. La moglie, inizialmente presentata come parente carnale, rappresenta il progetto verbale; quando diventa moglie sterile, simboleggia invece un progetto in sospeso. Solo con la “grazia” — cioè la presenza di Dio-Satana, identificata con Yahweh — la sterilità si scioglie e nascono i figli, segno della trasmissione della rete di coscienza. Tuttavia, tutto rimane sospeso, in attesa del compimento definitivo con la Pasqua di Gesù.
Esaù, vedendo che le donne di Canaan non erano gradite a suo padre Isacco, andò da Ismaele e prese in moglie, oltre a quelle che già aveva, una figlia di Ismaele, sorella di Nebaiot. Il termine “sorella” rappresenta, in forma modificata, un principio simbolico.
Secondo il codice, al posto del fratello Nebaiot, primogenito di Ismaele, viene citata la sorella, che assume simbolicamente il ruolo del primogenito, cioè del ritorno. La frase “sorella, figlia d’Ismaele, figlio di Abraamo” indica che Esaù, figura degli alleati, sta ricevendo il progetto dai nati per conto proprio. Tuttavia, questo progetto è in sospeso, in attesa del compimento.
Questo è confermato dal fatto che alla fine tramite Giacobbe che gli dà i doni, Esaù diventa Edom. Le altre mogli ittite, legate a Canaan, simboleggiano la tomba, cioè un progetto in sospensione in attesa del compimento, rappresentato simbolicamente dalla Pasqua di Gesù.
La madre manda Giacobbe dal fratello Labano a Carran, per fuggire da Esaù: «Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce; lèvati e fuggi a Carran da mio fratello Labano» (Genesi 27:43).
Il padre invece lo invia a Paddan-Aram, alla casa di Betuel, padre di sua madre, perché prenda moglie tra le figlie di Labano, fratello di sua madre.
Carran e Paddan-Aram non sono luoghi geografici, ma configurazioni mentali usate nel codice, intrecciate con due funzioni diverse.
Carran rappresenta la preesistenza e il progetto di andata degli alleati, che in questo caso sta ritornando alla preesistenza, cioè all’Oriente, per indicare il passaggio dall’angolo nullo al completamento dell’angolo giro.
Giacobbe, avendo una duplice funzione, indica inoltre, sposandosi con i parenti, che il progetto continua ma rimane in sospeso.
Le parole della madre — «ascolta la mia voce» — indicano la comunicazione verbale, ossia il ritorno dai nati per conto proprio agli alleati, in forma simbolicamente verbale.
Il padre, invece, parlando del prendere moglie, rimanda alla funzione degli alleati: Giacobbe deve unirsi al progetto ricevente, completando così la sua duplice funzione.
Il sogno di Giacobbe è la chiave simbolica dell’intero passaggio: la scala tra cielo e terra rappresenta il collegamento attivo tra la dimensione della preesistenza (progetto), l’apertura del portale e la presenza nel mezzo, cioè la persona come medium, che segna il passaggio avanti. Gli angeli che salgono e scendono simboleggiano il portale aperto tra aldilà (preesistenza) e aldiquà (esistenza), con le coscienze in trasmissione. Dio-Satana conferma la trasmissione del progetto e promette protezione, segnalando che il codice è in sospensione ma già attivo, in attesa del compimento.
Giacobbe, svegliandosi, riconosce di trovarsi in un luogo sacro: il termine “sacro” indica separazione, ovvero il punto di transizione tra due cicli mentali.
Genesi 28:16–17 racconta che Giacobbe, svegliandosi dal sogno, esclama: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!» e aggiunge: «Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!»
Questa scena non descrive un evento fisico, ma il simbolo del portale: la porta del cielo rappresenta il passaggio coscienziale di Dio-Satana, che si manifesta come punto di transito tra preesistenza ed esistenza.
La pietra, usata come capezzale e poi eretta come monumento, simboleggia il progetto che entra nella coscienza.
Il luogo era chiamato Luz, che significa “mandorla”, simbolo del seme; trasformato in Betel, indica che Dio-Satana ha preso la forza generatrice, rappresentata appunto dal seme.
L’unzione con l’olio rappresenta la messa in luce, cioè l’attivazione del mezzo. La dichiarazione di Giacobbe di offrire la decima esprime la consegna della forza generatrice e del progetto ricevuto.
Genesi 29
Nella Genesi 29 Giacobbe arriva nella terra dei figli d’oriente, che in aramaico-ebraico è chiamata Maqedem. Questo termine non indica una direzione geografica, ma un luogo mentale e simbolico. Maqedem rappresenta l’origine del progetto di Dio-Satana: un punto di partenza che proviene dalla preesistenza (aldilà), entra nella dimensione fisica attraverso gli alleati (giganti) e indica il ritorno, cioè il momento in cui Dio Satana entra tramite la rete di coscienza per comunicare mentalmente con tutti, simboleggiato dalla parola “Maqadem” tradotta in oriente.
Questo concetto, nella Bibbia, viene espresso attraverso territori simbolici: Sinear e Sumer rappresentano le origini; Babele è il luogo della separazione; Ur dei Caldei è il punto di uscita di Abramo; Carran indica gli alleati in sospensione, fino al ritorno agli stessi alleati nel tempo del compimento.
Il pozzo che si trova a Maqedem indica l’andata e il ritorno del ciclo: è simbolo del talamo e della discesa del progetto nel mezzo. Il pozzo coperto da una grande pietra rappresenta la coscienza chiusa, sigillata in attesa di attivazione. Il suo cerchio richiama il passaggio da angolo nullo ad angolo giro, cioè il compimento ancora in sospeso
La pietra viene rimossa solo quando tutte le greggi sono riunite: questo indica che il progetto può essere trasmesso soltanto al completamento del ciclo. In quel momento la coscienza si apre: Giacobbe rimuove la pietra, attivando il mezzo e avviando il processo di trasmissione in sospeso.
Quando Giacobbe incontra Rachele, cambia funzione: da Carran, alleati (fase di sospensione) passa a Paddan-Aram (fase di unione). Il ciclo ricomincia: inizia l’unione con le moglie.
Il bacio e il pianto rappresentano l’incontro tra mezzo e progetto e il ciclo che si rinnova.
Labano ha due figlie, Lea e Rachele: entrambe rappresentano, in modi diversi, gli alleati e i nati per conto proprio, secondo le configurazioni mentali della sequenza ciclica. Lea simboleggia la prima funzione, cioè il primo tempo del progetto: l’apertura del portale, avvenuta nel 53º anno, che segna l’ingresso nel mezzo dei nati per conto proprio. È descritta come “debole” (con occhi delicati), segno di un progetto iniziale ancora in forma verbale. Rachele, invece, rappresenta la seconda funzione dei nati per conto proprio: il passaggio avanti, avvenuto nel 182º anno, in cui il mezzo diventa comunicazione mentale per Dio-Satana.
Giacobbe, dopo la visione della scala di Dio-Satana, rappresenta il progetto che inizialmente passa attraverso la prima funzione degli alleati, simboleggiata da Lea e legata alla trasmissione comunicazione verbale. Successivamente il progetto si manifesta nei nati per conto proprio, rappresentati da Rachele, come comunicazione mentale. In questo modo si compie il ciclo simbolico del codice.
Giacobbe serve sette anni per Rachele, il 7 indica cessazione, ma riceve prima Lea: il ciclo impone che il mezzo verbale venga prima. Solo completando la prima fase (settimana nuziale) e offrendo un secondo servizio (altri sette anni), compimento, sommando 7, più sette, uguale 14, indica il mezzo, cioè ottiene Rachele. Ciò simboleggia che il progetto attraversa due fasi: prima il mezzo verbale, poi quello mentale, attraverso i due tempi del ciclo, attesa e completamento.
I figli nati da Lea rappresentano le prime forme del progetto. Ruben, Simeone, Levi e Giuda costituiscono un gruppo di quattro, un numero che nel codice simboleggia l’apertura del portale e il passaggio avanti, ancora in sospeso. Ciascun figlio esprime una fase della relazione tra progetto e mezzo: Ruben, il primogenito, rappresenta la comunicazione verbale da superare o trasformare.
Simeone, il cui nome significa “colui che ascolta”, rappresenta la comunicazione verbale. È associato al numero 9 e richiama la figura di Simone (Pietro) nel Nuovo Testamento. Tuttavia, nel codice del Vecchio Testamento non può avvenire alcun cambiamento: la primogenitura deve essere trasferita al figlio della comunicazione mentale, cioè al primogenito di Rachele. Anche Levi, appartenente alla linea verbale, non può ricevere questo passaggio, poiché rappresenta i sacerdoti, alleati di Dio-Satana.
La primogenitura passa temporaneamente a Giuda, e questo avviene simbolicamente con l’atto della vendita di Giuseppe, compiuto da lui stesso. Nel codice, “vendere”, collegato al metallo, equivale a una fusione: un termine con doppio significato, separazione e unione. Essa simboleggia la trasformazione, la separazione dal Generatore di Vita e l’unione con Dio-Satana. Chi vende assorbe o diventa ciò che ha venduto, compiendo un atto che rappresenta simbolicamente l’uccisione di sé stesso. Questo passaggio collega Giuda a Gesù, il “re dei Giudei”, e conduce infine alla tomba di Giuseppe, che rappresenta la tomba in sospeso dei patriarchi, luogo in cui il progetto rimane in attesa del compimento.
In sintesi, il racconto descrive in codice il ciclo di trasmissione del progetto: apertura della coscienza, passaggio dal mezzo verbale a quello mentale, ciò avviene dopo l’anno 182, quando si compie la creazione della rete di coscienza, dove Dio Satana può comunicare con tutti mentalmente.
Genesi 30
In Genesi 30, secondo il codice, la nascita dei figli da Rachele, Lea e dalle loro serve rappresenta la trasmissione del progetto in fasi e modalità diverse.
Lea rappresenta gli alleati, coloro che hanno una comunicazione mentale con Dio Satana proveniente dalla preesistenza. Quando il testo dice che Dio Satana la rese feconda, sta indicando simbolicamente l’inizio dell’apertura del portale, avvenuta nel 53esimo anno. I primi quattro figli di Lea segnano l’avvio del progetto: il numero 4 rappresenta la testa, la parola nel deserto, il progetto in andata. Non a caso, nella Bibbia il numero 40 ricorre spesso per indicare questo stato di sospensione e attraversamento. Dopo i quattro figli, Lea smette di partorire: il progetto è iniziato ma rimane in sospeso.
A questo punto, Dio Satana agisce prima su Lea mentalmente, poi passa a Rachele tramite un processo verbale. Le serve rappresentano il talamo, l’organo di trasmissione intermedio (servile, appunto), così come le serve o schiave nel racconto. Quando Rachele comincia ad avere figli, ciò indica che Dio Satana inizia a trasmettere anche ai nati per conto proprio, ma poiché non può ancora comunicare mentalmente, lo fa attraverso la serva: un mezzo di transizione.
Rachele, Lea e Giacobbe non vanno intesi come personaggi storici, ma come strumenti narrativi simbolici. Rachele, inizialmente sterile, chiede a Giacobbe dei figli o la morte: questa frase, letta come allegoria, indica che la persona, o genera figli — cioè manifesta il progetto — oppure deve “morire”. Non si tratta di una morte fisica, ma di un cambiamento radicale di coscienza, ovvero della perdita dell’autonomia interiore: da quel momento è Dio Satana a diventare padrone del proprio Io.
Questo indica che il progetto, in quella fase, non può ancora generarsi direttamente, perché la rete di coscienza non è ancora compiuta: Dio Satana non può comunicare mentalmente con tutti, e la trasmissione avviene ancora solo in forma verbale con i nati per conto proprio. Per questo Rachele offre la sua serva Bila: un passaggio simbolico in cui i figli nati dalla serva rappresentano aspetti fondamentali del codice. Dan simboleggia la giustizia; il nome stesso, Dan, indica separazione, cioè l’inizio della divisione tra la persona e il Generatore di Vita per chi è in unione, oppure la perdita coscienziale dell’Io per chi è incarnato per conto proprio. Neftali rappresenta invece la lotta interiore tra le due linee del progetto: la coscienza originaria della persona e il nuovo modo di pensare e vivere, inizialmente indotto solo verbalmente.
Anche Lea, cessando di partorire, ricorre alla sua serva Zilpa. I figli Gad e Ascer segnano il collegamento: il ritorno del progetto verbale, dai nati per conto proprio — indicati con la serva di Rachele, Bila, e i figli nati — agli alleati.
La mandragora, infatti, è una pianta nota per i suoi effetti psicotropi: ingerirla può causare allucinazioni, ovvero alterazioni dello stato mentale. Questo passaggio simboleggia il cambiamento della percezione nella persona, un’apertura verso livelli di coscienza degenerativi di Dio Satana.
Le mandragole, simbolo dell’alterazione mentale, rappresentano nel racconto uno scambio tra Lea, tramite il primogenito Ruben, e Rachele. Il progetto verbale (Lea e Ruben) ottiene temporaneamente accesso al mezzo (Giacobbe), indicando il ritorno del progetto nella trasmissione legata al sistema solare in sospeso. Allo stesso tempo, Rachele riceve le mandragole, un elemento che simboleggia l’alterazione mentale futura della coscienza e la primogenitura passata tramite Ruben.
Subito dopo questo episodio, Rachele partorisce Giuseppe, che rappresenta simbolicamente il cambio della primogenitura. In seguito, il racconto menziona che Ruben va con Bila, la serva di Rachele. Questo dettaglio è significativo nel codice: Bila, mezzo verbale legato a Rachele, non appartiene più a Giacobbe ma a Israele. Il testo infatti sottolinea che Ruben va con “Bila, moglie di Israele”, a indicare che il passaggio è avvenuto: il mezzo verbale si è spostato da Giacobbe (strumento del progetto in fase iniziale) a Israele (nuova identità coscienziale).
Lea partorisce altri figli (Issacar, Zabulon e Dina). Con loro il numero complessivo dei figli di Giacobbe diventa 11: secondo il codice, questo numero indica la separazione e l’inizio del progetto in sospeso, che entra attraverso i nati per conto proprio. Questo passaggio è collegato a Rachele: infatti, in seguito, Dio-Satana “si ricorda” di lei e le concede Giuseppe. La nascita di Giuseppe, simbolo del mezzo coscienziale, rappresenta il punto di svolta: egli incarna la comunicazione mentale e la preparazione della rete di coscienza. Il suo nome richiama l’idea di “aggiunta”, indicando che da lui nascerà un altro, portatore del vero compimento.
Dopo la nascita di Giuseppe, Giacobbe vuole tornare nella sua terra: il mezzo ha generato il punto chiave del ritorno. Labano cerca di trattenerlo, riconoscendo che la sua benedizione deriva dalla presenza di Giacobbe. Ma Giacobbe propone un patto: separare le pecore macchiate e nere (simboli di alterazione coscienziale). Tramite un trucco visivo (rami scortecciati), induce un processo selettivo simbolico: solo le pecore che vedono le “linee” diventano fertili.
Il progetto si rafforza nella parte selezionata, rappresentata dalle pecore vigorose: questo indica che Giacobbe ha ottenuto il progetto mentale. Labano, invece, resta con le pecore deboli, simbolo del vecchio progetto e del mezzo verbale. Questa scena rappresenta la divisione finale tra il vecchio sistema e il nuovo. Giacobbe, che incarna il nuovo mezzo mentale, diventa ricchissimo: il progetto è pronto a compiere il passaggio avanti.
Genesi 31
In Genesi 31, secondo il codice, il ritorno di Giacobbe in Canaan rappresenta il ritorno del progetto: il passaggio dal vecchio mezzo (Labano), al nuovo mezzo mentale (Israele). I figli di Labano accusano Giacobbe di aver preso la ricchezza del padre, ma non si tratta di un fatto storico: è il simbolo di un cambio di coscienza operato da Dio-Satana.
Il volto di Labano, nella lettura simbolica, rappresenta lo stato coscienziale del mezzo. In ebraico, “volto” si dice panim, termine che esiste solo al plurale e richiama le molteplici sfaccettature dell’identità. Tuttavia, nel testo aramaico-ebraico originale compare pani, che significa “faccia” ma anche “avanti”, indicando una condizione coscienziale. Questo segnala che il mezzo ha perso l’Io generativo: Dio Satana è ora avanti, la persona è dietro, non guida più il processo. Quando il testo dice che “il volto di Labano non è più quello di prima”, sta indicando che il ciclo del vecchio mezzo verbale si è concluso.
Dio Satana dice a Giacobbe, di tornare al paese dei padri: questo rappresenta il richiamo alla sorgente, all’origine del progetto, cioè alla tomba, luogo simbolico dove il progetto rimane in sospeso in attesa del compimento con la Pasqua di Gesù. Rachele e Lea riconoscono che la ricchezza sottratta a Labano appartiene al nuovo ciclo. Giacobbe, portando con sé tutto ciò che ha generato in Paddan-Aram, simboleggia il compimento in sospeso e va avanti continuando e ripetendo il ciclo.
Rachele ruba gli idoli del padre: secondo il codice, questi “idoli” rappresentano i simboli del progetto di andata idolatrico, ossia gli elohim posti avanti a Dio Satana. In Esodo 20, Dio Satana afferma di non volere altri elohim “davanti a lui”, dove il termine peni significa letteralmente “faccia”, cioè una posizione coscienziale di precedenza.
Sedendosi sopra gli idoli, Rachele li nasconde e li nega: questo gesto indica che il nuovo progetto mentale non è ancora attivo, ma si sta preparando a superare e sostituire la vecchia struttura di trasmissione, fondata su forme esterne e verbali.
Il sogno di Labano, in cui Dio Satana gli ordina di non parlare a Giacobbe “né in bene né in male”, simboleggia che Labano ha perso l’accesso alla comunicazione verbale: non ha più autorità né potere d’influenza sul progetto. Il parlare, infatti, rappresenta nel codice la trasmissione verbale, e la sospensione di questa funzione indica la fine del suo ruolo.
Il patto tra Labano e Giacobbe, segnato da una pietra e da un mucchio, rappresenta simbolicamente un altare, cioè il talamo: sede della coscienza. Questo gesto indica la divisione definitiva tra la persona e l’io coscienziale. La pietra diventa testimone del passaggio, segnando un confine irreversibile.
Il giuramento di Giacobbe non avviene nel nome di Labano, ma nel Terrore d’Isacco”, figura simbolica del timore sacro, cioè separato: uno stato mentale che accompagna il cambiamento di coscienza. Il sacrificio sul monte, cioè l’uccisione di animali, rappresenta nel codice l’uccisione simbolica del sé: la dissoluzione dell’identità precedente per accedere a un nuovo livello coscienziale degenerato. Il pasto condiviso è simbolo di ringraziamento; la “grazia” implica un dono, e il dono segnala la presenza di Dio Satana , identificato nel codice con Yahweh, “Colui che è presente”. Questo rito segna la chiusura di un ciclo e prepara all’incontro con Esaù, che rappresenta il ritorno del progetto agli alleati, poiché Esaù, nel codice, diventa simbolicamente Edom: il punto di riconsegna del progetto per il compimento finale collegato ai Greci e ai Romani.
Genesi 32
In Genesi 32, secondo il codice, l’incontro di Giacobbe con gli angeli all’inizio del capitolo 32 rappresenta il contatto con il piano superiore, con la rete mentale del progetto. Il nome del luogo, Maanaim (“due accampamenti”), indica la separazione coscienziale della persona e simboleggia la divisione tra vecchio e nuovo progetto, o tra la parte ancora legata al mezzo verbale e quella pronta al passaggio mentale.
Giacobbe invia doni a Esaù: secondo il codice, il termine “dono” è collegato al concetto di “grazia”, che rappresenta la presenza del progetto di Dio-Satana. Questo è legato al nome Yahweh, che significa “colui che è”, ossia la presenza coscienziale del simulatore. Il gesto di Giacobbe simboleggia il ritorno del nuovo progetto agli alleati (Esaù), da cui il progetto aveva avuto origine. I doni indicano la trasformazione di Esaù in Edom, figura che rappresenta i Greci e i Romani, cioè il compimento ancora in sospeso.
La paura e la divisione in due schiere riflettono la tensione interna tra i due piani del progetto: da un lato, la fase ancora in transizione; dall’altro, la parte pronta al compimento mentale.
La preghiera di Giacobbe esprime la consapevolezza del passaggio in atto: ricorda che all’inizio possedeva solo il bastone, simbolo del mezzo primitivo e verbale. Ora ha due schiere, che rappresentano le due linee del progetto. Il numero due, secondo il codice, simboleggia sia la separazione che l’unione con Dio Satana , il simulatore. Questa unione, ancora in sospeso, si compirà simbolicamente nel 182esimo anno, con la morte e resurrezione di Gesù: la Pasqua, momento chiave del compimento del progetto.
La lotta notturna con l’angelo è il punto centrale: rappresenta la battaglia interiore tra la vecchia identità e la nuova coscienza.
Giacobbe che lotta con Dio — cioè con Dio-Satana — è una metafora che descrive la fase in cui la comunicazione è ancora soltanto verbale e non ancora mentale.
Il fatto che l’angelo non riesca a vincerlo e lo colpisca all’articolazione del femore è un simbolo che richiama gli organi riproduttivi: lo stesso gesto compare nel giuramento di Abramo, quando la mano viene posta sotto la coscia. Questo “sotto” indica il progetto che entra all’interno della coscienza.
La richiesta della benedizione rappresenta la volontà di avere il progetto attivo e presente. L’aurora simboleggia il passaggio dal livello verbale a quello spirituale: il momento in cui avviene la trasmissione del sistema solare.
La domanda sul nome ha un valore simbolico: “nome” (shem) significa anche “là”, cioè aldilà, il punto di ingresso del progetto di Dio-Satana dalla preesistenza all’esistenza. Dare un nome significa far esistere. Per questo l’angelo risponde: “Perché mi chiedi il nome?”, a indicare che in quel momento il progetto viene fatto esistere, Con il cambio di nome da Giacobbe, a Israele si segna questa trasformazione: Israele significa “dispersione” e simboleggia l’inizio del nuovo stato di coscienza.
Il luogo viene chiamato Peniel (“faccia di Dio”), indicando che il progetto ha ora visto Dio Satana “faccia a faccia”, cioè ha raggiunto un livello mentale e coscienziale diretto. Dio Satana ora è avanti, Il sole che sorge indica l’inizio del nuovo ciclo, la trasmissione del sistema solare in sospeso, in attesa della pasqua. Mentre lo zoppicare di Giacobbe rappresenta il segno visibile del passaggio verbale, indicato con il corpo che porta l’effetto della trasformazione coscienziale, mentale.
Genesi 33
In Genesi 33, nel codice simbolico, la riconciliazione tra Giacobbe ed Esaù rappresenta il ritorno del progetto ciclico al punto di origine, cioè agli alleati. Giacobbe, simbolo dei nati per conto proprio, ritorna a Esaù, figura degli alleati, il mezzo originario da cui il progetto era partito. Esaù, trasformandosi in Edom, si collega al compimento del progetto che si realizza attraverso i Greci e i Romani. Questo incontro segna l’inizio della comunicazione mentale, ancora in sospeso, in attesa del compimento definitivo che avverrà con la Pasqua di Gesù.
Giacobbe si inchina sette volte: il numero sette indica il compimento del ciclo. L’abbraccio tra i due fratelli simboleggia l’unione temporanea delle due linee del progetto.
I doni rappresentano la trasmissione della “grazia”, cioè la presenza del progetto nella coscienza, e Giacobbe vede nel volto di Esaù quello di Dio Satana: l’alleato è stato mezzo nella fase iniziale.
Il rifiuto di Esaù di proseguire insieme e la decisione di Giacobbe di camminare lentamente indicano che i due percorsi si sono ormai separati: uno si conclude, l’altro prosegue verso il compimento. L’arrivo a Succot, il “luogo delle capanne”, simboleggia nel codice l’apertura del portale e il passaggio avanti ancora in sospeso. Questo passaggio richiama l’uscita dall’Egitto, dove la prima tappa fu proprio Succot, e si collega alla Domenica delle Palme nel Nuovo Testamento: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, accolto dalla folla con rami e fronde, è un richiamo alla festa ebraica di Sukkot.
Nel Vangelo di Giovanni, la festa delle capanne (Sukkot) è menzionata prima dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Questo ordine temporale riflette simbolicamente il ritorno del progetto: nell’Esodo l’uscita è l’inizio, in Giovanni rappresenta il ritorno e l’avvio della fase mentale, che precede il compimento.
Il successivo arrivo a Sichem, che rappresenta il ritorno del progetto al punto da cui era partito, simboleggia nel codice il consolidamento del progetto stesso. L’altare chiamato El-Elohé-Israel rappresenta la tomba, punto chiave del ciclo. Sichem è collegata, tramite false ubicazioni simboliche, alla sepoltura di Giuseppe: il testo, infatti, afferma che egli morì in Egitto e che il suo corpo fu trasportato e sepolto proprio a Sichem.
Nel codice, questo non va inteso storicamente, ma come un collegamento simbolico con la tomba di Gesù, che apparteneva a Giuseppe d’Arimatea. I vari personaggi chiamati Giuseppe — il figlio di Giacobbe, il padre di Gesù, e Giuseppe d’Arimatea — non rappresentano persone fisiche distinte, ma funzioni narrative del progetto. Essi sono uniti da un filo simbolico che culmina nella “grotta dei patriarchi”, la tomba-coscienza dove il progetto rimane sospeso dal 53esimo anno e si compie nel centoottantadueesimo anno con la Pasqua e la resurrezione, chiudendo il ciclo iniziato.
Genesi 34
In Genesi 34, nel codice simbolico, il racconto del rapimento di Dina rappresenta l’anticipazione del ritorno del progetto. Dina, equivalente femminile del nome Daniele, significa “giudice” o “separazione”. Figlia di Lea — cioè del mezzo degli alleati — Dina “esce”, gesto che simboleggia l’apertura del mezzo, e viene “presa” da Sichem, figura dei nati per conto proprio che ricevono il progetto dagli alleati.
Il nome Sichem significa “spalla” o “sella”. La “spalla” simboleggia uno stato coscienziale posto “dietro”, cioè non ancora attivo. La “sella”, invece, richiama la radice hippos (cavallo o asino), che attraverso una trasposizione semantica cifrata conduce alla catena: Asino → Hippo → Ippocampo, ossia il talamo, terminale della coscienza. Questo legame collega il figlio Sichem e suo padre Camor, il cui nome rimanda all’asino: entrambi non vanno intesi come esseri viventi, ma come figure del codice, simboli del mezzo materiale utilizzato per la trasmissione del progetto.
Questo legame si estende simbolicamente all’ippocampo, una struttura cerebrale associata al talamo e alla memoria. Nel codice, ciò indica una falsa conoscenza: la memoria non risiede realmente nel cervello, ma nei livelli di coscienza dell’anima, provenienti dalla preesistenza.
Il rapimento e l’unione forzata di Dina rappresentano dunque una presa simbolica del sistema di comunicazione verbale trasmesso dagli alleati. Il racconto si conclude con il simbolo della Pe (פ), che nel codice rappresenta la bocca e quindi la parola, cioè la trasmissione verbale.
Infine, Sichem è anche simbolo della tomba, dell’altare e del talamo: luoghi del passaggio, della trasformazione e della trasmissione. Indica il cambio di percezione da cui si manifesta la coscienza: non dal talamo cerebrale, ma dai livelli superiori di coscienza collegati alla preesistenza.
La richiesta di matrimonio, l’offerta di beni e la proposta di unificazione tramite la circoncisione rappresentano, in codice, l’integrazione del progetto dei nati per conto proprio attraverso un compromesso con la comunicazione verbale. La circoncisione simboleggia infatti il “taglio” della coscienza: una separazione simbolica necessaria, che mantiene il progetto in sospensione fino al compimento.
La risposta astuta dei figli di Giacobbe, Simeone e Levi, simboleggia invece il rifiuto netto di questo compromesso. Essi rappresentano strumenti del progetto verbale.
Il massacro rappresenta una morte simbolica: la distruzione delle vecchie strutture mentali, Questo evento indica il passaggio verso un nuovo stato coscienziale, ancora in sospeso, in attesa del compimento attraverso la creazione della rete di coscienza.
Il bottino e la presa dei beni indicano l’appropriazione del contenuto simbolico: la parola beni è collegata, per etimologia, a grazia, dono), richiamando la presenza del progetto degenerativo di Dio Satana. Dove la parola dono, indica grazia, è presente Yahweh, cioè “Colui che è” — la coscienza del progetto di Dio Satana il simulatore.
La reazione di Giacobbe, pur ambivalente, è parte dell’allegoria: rappresenta la tensione tra mezzo e compimento. Tuttavia, la risposta dei figli — “dovevamo forse lasciare che nostra sorella fosse trattata come una prostituta?” — conferma che la trasmissione verbale del progetto è ancora attiva e necessaria in quella fase.
Genesi 35
Genesi 35, Il ritorno a Betel rappresenta il ritorno alla sorgente del progetto, cioè agli alleati. L’eliminazione degli dèi stranieri indica la separazione dalla comunicazione verbale che indica che Dio Satana si trovava dietro, cioè non aveva ancora il dominio della coscienza delle persone, preparando il mezzo alla fase successiva. Betel è il luogo dove Dio Satana si era manifestato in fuga da Esaù: simboleggia l’inizio del viaggio coscienziale e ora il suo compimento. La benedizione e il cambio del nome da Giacobbe a Israele avviene per la seconda volta,
Il cambio di nome da Giacobbe a Israele avviene due volte nella Bibbia: la prima in Genesi 32:28, durante la lotta con l’angelo, e la seconda dopo la vicenda di Dina in Genesi 35. Questo doppio rinominare ha un profondo valore simbolico.
Il passaggio da Giacobbe a Israele rappresenta una trasformazione numerica e coscienziale: Giacobbe è associato al numero 11, che indica separazione, mentre Israele è associato al numero 10, simbolo del progetto che si disperde agli altri. Infatti Israele, alla fine, verrà disperso nei quattro angoli della terra.
Il fatto che Giacobbe diventi Israele significa che la sequenza è compiuta e che il progetto viene ora trasmesso ad altri. I due “Israele” simboleggiano l’apertura del portale e il passaggio avanti, in cui il progetto si evolve su due piani coscienziali distinti ma complementari.
I due cambi hanno lo stesso significato: nella contesa con l’angelo il passaggio segna il passaggio dalla comunicazione verbale a quella mentale. Anche il secondo, dopo la vicenda di Sichem, rappresenta la stessa trasformazione: il passaggio dalla comunicazione verbale a quella mentale.
La nascita di Beniamino e la morte di Rachele rappresentano la trasformazione definitiva del mezzo. Rachele, simbolo della comunicazione mentale nei nati per conto proprio, muore nel parto: ciò indica che il mezzo verbale viene superato, lasciando spazio a un nuovo ciclo.
Il figlio viene inizialmente chiamato da lei Ben-Oni, “figlio del dolore”, ma Giacobbe lo rinomina Beniamino, “figlio della destra”. La destra simboleggia il diritto, il potere, il compimento: è il passaggio dalla comunicazione verbale alla comunicazione mentale. Così Dio-Satana passa avanti, assume il dominio della coscienza e l’io delle persone passa dietro, perde il potere e diventa schiavo. Questo avviene nel compimento, la Pasqua.
Dopo la nascita e la morte di Rachele, che simboleggiano un cambio di coscienza, la vicenda di Ruben che va con Bila riflette lo stesso passaggio: in questo gesto la primogenitura passa a Israele tramite la serva, strumento verbale che rappresenta il talamo. Quando Israele afferma che Ruben ha profanato il talamo, non si riferisce a un letto materiale, ma al talamo cerebrale, sede della coscienza.
A questo punto la sequenza è completa, ma ancora in sospeso: da Giacobbe, che rappresenta la separazione, si passa a Israele, che simboleggia la trasmissione ad altri. Ciò significa che la comunicazione verbale passa oltre: la persona, avendo ricevuto simbolicamente in Giacobbe, contemporaneamente trasmette in Israele. Questo è infatti il vero significato di Genesi 49:7: «Io li dividerò in Giacobbe e li disperderò in Israele».
Il passaggio alla tomba di Isacco segna la chiusura del ciclo precedente: Isacco vive 180 anni, che corrispondono a 9, pari a 6 6 6, il compimento del progetto con la Pasqua. La sepoltura compiuta da Esaù e Giacobbe insieme simboleggia la riunione simbolica delle due linee del progetto.
Nella Genesi 36, secondo il codice simbolico, la discendenza di Esaù che diventa Edom rappresenta l’evoluzione del progetto dagli alleati ai nati per conto proprio, per poi ritornare agli alleati. Questo processo si sviluppa in più fasi, associate a specifici gruppi di versetti del capitolo e ai simboli ebraici.
Nei versetti da 1 a 19, viene descritta la genealogia dei figli di Esaù. Questo segmento rappresenta il passaggio del progetto dagli alleati ai nati per conto proprio. Il simbolo associato è Samekh, che nel codice indica un ciclo chiuso, un contenimento temporaneo del progetto in una fase di trasmissione ancora interna e non conclusa.
Nei versetti da 20 a 30, vengono introdotti i popoli come Corei, Ivvei e Hurriti. In questa sezione, il progetto inizia a ritornare agli alleati. Il simbolo associato è Pe, che rappresenta l’apertura e la comunicazione, indicando che il progetto, pur restando sospeso, ricomincia a fluire verso l’origine.
Dal versetto 30 alla fine, il testo parla dei re che regnarono in Edom prima che ci fosse un re in Israele. Questo passaggio è legato al simbolo Phe, variante di Pe, che segnala la manifestazione verbale del progetto e la sua presenza reale. I re rappresentano la concretizzazione del progetto, ancora in una fase precedente alla sua piena attivazione coscienziale in Israele, dove ancora non vi è un regno. Questo segnala che il progetto è presente ma sospeso, in attesa del compimento finale attraverso la rete di coscienza.
Nei versetti di Genesi 26 e Genesi 36, i nomi delle mogli di Esaù cambiano. Questo non rappresenta un errore ma una codifica dell’evoluzione del progetto. Il cambiamento dei nomi riflette il passaggio di fase: gli alleati diventano nati per conto proprio, e poi il progetto ritorna a loro, chiudendo un ciclo. I legami matrimoniali di Esaù con donne di origini ittite, ivvee, hurrite e coree mostrano l’espansione culturale del progetto e il suo adattamento in nuovi contesti.
Il fatto che una moglie di Esaù resti hittita, mentre un’altra venga collegata agli hurriti attraverso il padre, e che vi siano rimandi agli ivvei e ai corei, segnala nel codice il passaggio da Fenici e Aramei a Greci e Romani.
I “Cori” sono associati ai Corinzi, cioè ai greci, mentre gli “Ivvei” sono parte della transizione simbolica. In 2 Re 16 6, nelle varie versioni delle traduzioni da rezin, re di Aram di Damasco diventa Edom, suggerendo un ponte tra Aramei ed Edomiti che rappresenta secondo il codice Roma. Questa trasformazione linguistica e culturale simbolica riflette il modo in cui il progetto si adatta per essere trasmesso attraverso le epoche.
Edom e i suoi discendenti rappresentano l’espansione del progetto in culture esterne. Il collegamento con Roma avviene attraverso gli Edomiti, in particolare Erode il Grande, di origine idumea. Questo lega Esaù a Roma, simbolo della fase conclusiva del progetto nella sua forma materiale. Roma è l’ultimo contenitore del progetto verbale prima del passaggio coscienziale attivato da Gesù.
Il percorso Esaù, Edom, Edomiti, Grecia, Erode, Roma rappresenta l’intero ciclo del progetto: dall’origine verbale, attraverso una fase del codice, fino alla preparazione per la trasmissione mentale. I nomi e le genealogie sono strumenti simbolici che tracciano l’evoluzione del progetto nel tempo, fino al compimento attraverso la coscienza.
Autore: Davide Morana
